Perché si scrive?

A una domanda così è difficile rispondere in poche righe, ancor meno dare una risposta univoca e assoluta. Forse potrei aiutarmi con qualche aforisma o con una battuta, ma preferisco provare a tracciare dei possibili percorsi ad un tema così complesso che un libro non basterebbe ad esaurirlo.
Partiamo da un presupposto. Quando parlo di scrivere non intendo scrivere delle liste della spesa, delle liste degli appuntamenti, un verbale della polizia o un atto notarile. Intendo scrivere un romanzo, un racconto, una poesia, un saggio – e all’interno di questi testi potranno essere contenute delle liste, che assumeranno un valore e un significato narrativo (Cfr. a questo proposito e per una trattazione più ampia U. Eco, Vertigine della lista, Bompiani).

Perché dunque una persona scrive al di fuori di un fine pratico – come può appunto essere una lista della spesa? Può farlo per necessità o per divertimento. Può scrivere per una necessità interiore o per una necessità economica (quando si ha un contratto con un editore, che alla scadenza prefissata vuole il nostro lavoro). Nel primo caso, quello per noi più interessante, la scrittura diventa il mezzo attraverso il quale elaborare il nostro pensiero: spesso è una scrittura riparativa (Cfr. S. Ferrari, La scrittura come riparazione: l’esempio di Proust) grazie alla quale riusciamo a dare sfogo ai nostri sentimenti (amore, odio, gelosia, ecc.), a rielaborare le nostre esperienze in forma cosciente – un fenomeno che si avvicina ai meccanismi psicologici dell’elaborazione del lutto descritti da Freud. La necessità di mettere su carta, di estrinsecare i propri sentimenti può assume varie forme letterarie: il diario è quella più elementare, intimistica (pensiamo al Diario di Anna Frank); poi ci sono le memorie (ad esempio Se questo è un uomo di Primo Levi o molti libri di Mario Rigoni Stern), dove il mettere su carta le nostre esperienze (siano brutte o belle) ci aiuta ad accettarle, ad affrontare il nostro passato in forma attiva, ripensando ai nostri errori e alle nostre occasioni. Arriviamo infine ai racconti e ai romanzi, dove lo scrittore può utilizzare i suoi personaggi e le loro esperienze per raccontare parte o tutto di sé.

Veniamo adesso a chi scrive per divertimento. Questo tipo di approccio alla scrittura prende in seria considerazione gli altri (amici, parenti, conoscenti) e si pone in relazione ad un pubblico – reale o immaginario – nel tentativo di coinvolgerlo e farlo divertire.
«Leggi quello che ho scritto, vediamo se ti fa ridere».
Certo una persona può scrivere per puro divertimento personale, ma è molto più probabile faccia leggere la sua opera agli amici rispetto a chi invece scrive un diario – che magari mostrerà solo all’amico/a del cuore.

In entrambi i casi la scrittura può passare da un ambito personale ad un ambito pubblico. Nasce nello scrittore l’esigenza di mettersi a confronto non solo con se stesso, ma con gli altri. Ma qui entriamo nel tema di un possibile e successivo post.

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