Il grado zero della scrittura

Nel suo libro Scrittura come riparazione: l’esempio di Proustgià citato – Stefano Ferrari parla di un grado zero della scrittura.
È la forma più primordiale e impulsiva dello scrivere: per intenderci, sono le scritte sui muri. È il nostro pensiero messo su carta – o su muro, appunto – senza una elaborazione psichica, scritto d’istinto, con la forza dell’odio, dell’amore, della disperazione, della gioia. Anche il genere letterario del diario rientra inizialmente nella forma dello sfogo emotivo, salvo a diventare – se l’esercizio si ripete con una certa costanza – via via sempre più curato. I pensieri vengono rielaborati, la forma assume importanza, quello che abbiamo scritto viene riletto, rielaborato nuovamente, spesso riscritto. E questo è il processo che ci porta da una scrittura strettamente privata, ad una forma che assume uno stile, che si pone non più – o non solo – al nostro solo giudizio ma anche a quello di un pubblico – sia anche un pubblico immaginario. Non si scrive più solo per se stessi, ma anche per gli altri. Il piacere è doppio. Come ci ricorda Freud, l’essere umano trae piacere dai suoi processi psichici… e può trarre piacere anche dal sottoporre i suoi scritti all’attenzione di amici, conoscenti, o di quanti vogliano leggere le nostre pagine.

Una volta superato il grado zero della scrittura dobbiamo sempre rileggere le nostre opere come se non le avessimo scritte noi, perché tra le righe potrebbero sempre insinuarsi frasi e periodi non interessanti per il pubblico, ma interessanti solo per noi. In questo caso dobbiamo ritornare indietro, riscrivere, dare una forma migliore. A volte non è semplice, ma è uno sforzo che va compiuto se vogliamo portare i nostri pensieri alla pubblicazione, cioè, come ci dice il Dizionario, “rendere di pubblico dominio”, assumendoci dunque tutte le nostre responsabilità e ricevendo critiche che potranno essere sia negative che positive.

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